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Il vero e il falso sul terremoto-maremoto del sud-est asiatico

Deviazione dell’asse terrestre, continenti alla deriva, sobbalzi di intere isole: mentre a Giakarta è in corso il vertice per coordinare gli aiuti alle popolazioni colpite dal maremoto-terremoto del 26 dicembre scorso, la scienza ancora si interroga sulle dimensioni e gli effetti di questo cataclisma . Alle certezze scientifiche si sovrappongono vere e proprie leggende metropolitane che rimbalzano sui mezzi d’informazione creando confusione tra il pubblico. Per fare chiarezza sul vero e sul falso del terremoto asiatico abbiamo intervistato il professore Enzo Boschi, Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

I terremoti sono prevedibili?

No. E’ possibile indicare soltanto le località soggette a ricorrenti crisi sismiche, cioè quelle in cui interagiscono le grandi placche terrestri, scontrandosi e accumulando tensioni sulla crosta. Non è possibile tuttavia sapere quando si scatenerà un terremoto ne’ di quale magnitudo sarà.

E i maremoti sono prevedibili?

Si, purché sia stata individuata la sorgente, che può essere un forte terremoto, una grande eruzione vulcanica o una frana capaci di imprimere energia alle masse d’acqua.

E’ vero che il terremoto del 26 dicembre è stato il più forte della storia recente?

Non è vero, terremoti altrettanto e ancora più forti ce ne sono stati cinque nel corso dell’ultimo secolo:
Kamciatka (Russia) 1952 magnitudo 9.0; Andreano Island (Alaska) 1957 magnitudo 9.0; Cile 1960 magnitudo 9.5; Alaska 1964 magnitudo 9.2.
L’eccezionalità del terremoto del 26 dicembre sta nella vastità delle devastazioni che ha provocato il maremoto.

Lo spostamento dell’asse terrestre provocato dal terremoto è un fatto eccezionale?

La Terra è un pianeta dinamico e il suo asse è soggetto a continui, piccoli spostamenti. Lo spostamento provocato dall’evento del 26 era stato preannunciato da noi all’Ingv. Di eccezionale c’è il fatto che poi è stato misurato e risulta equivalente a uno spostamento del Polo geografico di sei centimenti.

E’ vero che l’isola di Sumatra dopo il terremoto si è spostata di trenta chilometri?

No, ne’ di trenta chilometri, ne’ di trenta metri. E’ il piano della faglia che si è spostato di una trentina di metri, rompendosi nel corso del terremoto.

E’ vero che gli americani subito dopo il terremoto avevano preannunciato il maremoto catastrofico?

No, gli americani del Ptwc di Honolulu, subito dopo la scossa del 26, avevano parlato di un terremoto di magnitudo 8 senza un grande tsunami. In un secondo momento, rifacendo i calcoli, hanno capito che il terremoto era più grande ma hanno continuato a sottostimare la grandezza del maremoto, sembra tentando di allertare, senza successo, alcuni paesi come l’Indonesia.

E’ vero che la velocità del maremoto ha superato i 1000 km all’ora?

No, al massimo è arrivata a 800 km all’ora.

E’ vero che le navi vengono travolte dall’onda di maremoto?

No, se sono in alto mare, poiché l’onda è lunga decine di chilometri, le navi vengono soltanto alzate e abbassate di qualche metro ma senza subire danni, vengono travolte se sono in prossimità della costa.

Le barriere coralline sono andate distrutte per sempre?

E’ vero che sono andate distrutte dall’onda, ma questo tipo di distruzioni e di successive ricrescite rientrano nel loro ciclo naturale.

E’ vero che un sistema di monitoraggio dei maremoti nell’oceano Indiano non era stato fatto perché costava troppo?

Non è vero, perché l’India spende molto di più per programmi di ricerca spaziale e per missili e armi nucleari.

Questo disastro è stato amplificato dalla mancanza di priorità negli investimenti dedicati alla ricerca scientifica e tecnologica che dovrebbero privilegiare i progetti collegati alla sicurezza civile e alla prevenzione delle catastrofi naturali. Oggi si pensa ad esplorare i pianeti lontani, indubbiamente affascinanti, ma non dimentichiamo che l’onda assassina ha mietuto vittime proprio perché i bambini e la gente sulle spiagge avevano confuso quell’evento con qualcosa di soprannaturale, invece si trattava di un fenomeno figlio di un Pianeta che ci sta proprio sotto i piedi.


C.S. del 10 gennaio 2005

Sai dello Tsunami? Raccontaci il tuo maremoto

Le testimonianze di coloro che il 26 dicembre scorso hanno assistito all’arrivo della devastante onda di maremoto nelle varie località del Sud-Est asiatico potranno diventare un prezioso elemento di ricerca scientifica grazie a un’ iniziativa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).
“ Attraverso un sito che compare da oggi nella home page del nostro Istituto: www.ingv.it, abbiamo pensato di raccogliere le informazioni di quanti, occasionali turisti e residenti, hanno potuto assistere all’abbattersi del maremoto sulle coste asiatiche”, spiega il Professor Enzo Boschi Presidente dell’Ingv.
“ In collaborazione con il professor Stefano Tinti del dipartimento di fisica dell’Università di Bologna, abbiamo preparato un questionario contenente una serie di domande sull’apparenza e gli effetti del fenomeno del tipo: dove ti trovavi al momento dell’arrivo del maremoto?; stavi guardando il mare?; quante ondate hai osservato?; sai stimarne l’altezza?; quali danni ha provocato l’ondata?”
Tutte queste ed altre informazioni serviranno a compilare un date base per ricostruire nei dettagli il manifestarsi del maremoto in funzione della tipologia delle coste investite, e i suoi effetti distruttivi.
Allo scopo di rendere più efficace la richiesta di collaborazione a persone che non sono specializzate in materie scientifiche e che di conseguenza potrebbero avere qualche remora nella compilazione del questionario, si è pensato di dargli un titolo ad effetto : “Sai dello Tsunami? Raccontaci il tuo maremoto”.
D’altra parte il target dei probabili compilatori del questionario sarà prevalentemente composto dalle migliaia di turisti europei che si trovavano nelle località di vacanze del Sud Est Asiatico, delle isole dell’Oceano Indiano e dell’Africa, e in parte anche dalla popolazione residente alfabetizzata che ha accesso a internet. Per garantire la massima diffusione dell’iniziativa la pagina su internet sarà edita in più lingue e pubblicizzata attraverso i mezzi di stampa in tutti i continenti.
“Tutte le testimonianze raccolte verranno elaborate da uno studio congiunto tra Ingv e Università di Bologna e verranno pubblicate su riviste scientifiche internazionali allo scopo di accrescere le conoscenze sulla dinamica dei maremoti”concludono Boschi e Tinti.

ENGLISH VERSION

Witnesses accounts of the 26th December 2004 Indonesian tsunami can give their contribution to a scientific research project supported by the Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) .
“ We prepared, in collaboration with Prof. Stefano Tinti of the University of Bologna, an “ ad hoc” questionnaire available through a link from the home page of our Institute: www.ingv.it . The eyewitnesses of the tsunami can fill in our questionnaire in order to in gather accounts, of tourists and residents, on the characteristics and on the effects of the Indian-Ocean tsunami” , tells Prof.Enzo Boschi, President of the INGV.
“ The online form contains a series of questions about the effects of the phenomenon, like “where you were during the tsunami?”, “were you looking at the sea?”, “how many waves have you observed?”, “ Could you estimate the height of the wave?”, etc.”
These and other information will help to reconstruct the dynamics of the tsunami attack.
In order to address to people not familiar with scientific topics, we use for our initiative words meant for effect: “ Sai dello tsunami? Tell us your tsunami” .
The target of the initiative is mainly composed by the numerous European tourists that were on holidays in the area affected by the tsunami (such as Sumatra, Thailand, Sri Lanka, India, Maldive, Seichelles, Mauritius, etc). To widely spread this initiative, the internet page and the questionnaire itself will be translated in several languages and will circulate on media.
“ All the accounts will be analysed in a study carried out by the INGV and the University of Bologna and the results will be published on international scientific journals, in order to improve the present understanding on the tsunami dynamics”, say Prof .Boschi and Prof. Tinti.

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 18 gennaio 2005


KOBE – Monitoraggio di maremoti e terremoti nel Sudest asiatico, effetti del cambiamento climatico, disastri idrici, emergenza Africa, pericolo alluvioni, con questi temi si è aperta la seconda Conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri che si tiene dal 18 al 22 Gennaio in una città giapponese che dieci anni fa fu teatro di uno dei più devastanti terremoti (6.9 scala Richter) dell’ultimo secolo: Kobe (6400 morti e 40.000 feriti).

L’obiettivo principale della Conferenza è di arrivare entro sabato prossimo all’approvazione di un piano d’azione contenente programmi concreti di difesa e prevenzione di ogni tipo di catastrofe sia naturale che tecnologica. I problemi sono sempre gli stessi: mancanza di risorse, conflitti locali, diffidenze tra alcuni governi, difficoltà di coordinamento.
Nonostante la pressione psicologica esercitata dal recente disastro del Sudest asiatico, il conseguimento di questi obiettivi non appare ne di facile ne di immediata attuazione.
La delegazione italiana presente a Kobe, composta da funzionari del Ministero degli Esteri, della Protezione Civile e da ricercatori, ha proposto una strategia in quattro punti d’azione: migliore comunicazione e coordinamento, affidamento delle operazioni ad un’unica unità di Protezione Civile, reti di avvistamento.
Ma il rischio maremoti è presente anche nel nostro Mediterraneo e per affrontarlo lo scienziato Enzo Boschi, Presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha annunciato un progetto di monitoraggio dell’intera area attraverso una rete integrata di sismografi, boe intelligenti e mareografi.
“ L’Istituto ha avuto la lungimiranza di realizzare una rete sismica fuori dalla nostra penisola che comprende oltre 25 sismografi nei paesi vicini. La rete si chiama Mednet dalle iniziali di Mediterranean Network e potrebbe funzionare già da sistema di allerta maremoti quando segnala terremoti di grande energia che avvengono in mare”, spiega Boschi.
“In questi giorni ho proposto al Ministro Letizia Moratti e agli altri Ministri della Ricerca dei Paesi del Mediterraneo di affiancare a Mednet una quarantina di boe galleggianti e mareografi al fine di raffinare e rendere più efficiente il sistema d’allarme. La proposta è stata accolta con interesse e speriamo di realizzarla in termini brevi”.
Certo bisogna tenere presente, sottolinea il professor Boschi, che il Mediterraneo è un bacino piccolo e che pertanto i tempi di allerta sono necessariamente ridotti, al massimo un’ora, considerata l’elevata velocità con cui viaggiano le onde di maremoto (400-600 km/h).
Al vertice sui disastri di Kobe è stata anche annunciata una ricerca congiunta tra INGV e Università di Bologna per studiare le caratteristiche fisiche e dinamiche dell’onda di marea che ha colpito il sudest asiatico: “Abbiamo pensato di raccogliere attraverso un questionario che da oggi è inserito nel sito www.ingv.it le testimonianze di tutti coloro che hanno assistito al fenomeno, sia turisti che gente del posto”, spiega la Dottoressa Alessandra Maramai studiosa di tsunami. Il questionario è pubblicato in diverse lingue in modo che possa essere compilato non solo dagli italiani ma anche da tutti gli altri cittadini del mondo che si trovavano in quelle località.


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 21 gennaio 2005


SPECIALE UNO - L’emozione suscitata dal grande maremoto del Sudest aveva fatto sperare che tutti si fossero convinti della necessità di creare un efficiente sistema di monitoraggio dell’intero pianeta. Il fallimento della Conferenza ONU sulla riduzione dei disastri, tenutasi a Kobe nei giorni scorsi, mostra invece che burocrazia internazionale, miopia politica, e una sostanziale ignoranza avranno ancora una volta il sopravvento sul buonsenso. Il buonsenso ci dice che la Terra è un sistema unico e indivisibile nelle sue manifestazioni.
I grandi terremoti, i movimenti periodici delle masse d’aria atmosferiche e lo scioglimento delle calotte glaciali, producendo uno spostamento di massa, influiscono sull’asse di rotazione della Terra e sulla lunghezza del giorno. Le grandi eruzioni vulcaniche, immettendo ingenti quantità di aerosol nella stratosfera, producono una diminuzione della temperatura media alla superficie terrestre, con effetti sensibili sul clima globale. Una corrente d’acqua calda denominata El Niño, che si forma annualmente nell’Oceano Pacifico, se accompagnata da particolari condizioni meteorologiche, è in grado di provocare una vasta perturbazione climatica, che ha conseguenze sulla distribuzione della fauna ittica e sul regime delle precipitazioni e dunque su importanti attività umane quali la pesca e l’agricoltura.
Lo studio degli altri pianeti del Sistema solare, reso possibile negli ultimi tre decenni dall’invio di sonde spaziali, ha mostrato l’unicità della Terra anche rispetto ai pianeti ad essa più simili per dimensioni e distanza dal Sole. La differenza più marcata è il fatto che sulla Terra sono esistite creature viventi per più di tre miliardi di anni e che tali creature si sono evolute, nel corso di questo lunghissimo periodo, dai più semplici organismi unicellulari alla mirabile diversità delle forme di vita complesse che possiamo osservare oggi.
Poiché l’acqua è essenziale per il metabolismo e la riproduzione degli esseri viventi, la sopravvivenza e l’evoluzione della vita sulla Terra rappresentano una evidenza convincente del fatto che il nostro pianeta ha sempre goduto di una temperatura alla quale l’acqua presente sulla sua superficie è potuta rimanere in gran parte allo stato liquido.
Se gli oceani non fossero presenti, parecchie delle caratteristiche che hanno reso la Terra unica nel suo genere, consentendo la nascita della vita e la sua evoluzione, non potrebbero esistere. Ad esempio, la presenza nell’atmosfera terrestre di una quantità relativamente modesta di anidride carbonica deriva dalla circostanza che quasi tutta l’anidride carbonica, che si è prodotta durante l’esistenza del pianeta, è stata inglobata nei sedimenti oceanici sotto forma di calcare o come carbonio di origine organica prodotto per fotosintesi a partire dall’anidride carbonica atmosferica. In questo modo, la Terra ha potuto evitare un effetto serra cumulativo che l’avrebbe resa molto simile a Venere.
La presenza di ossigeno libero sarebbe impossibile se il carbonio organico prodotto per fotosintesi non fosse stato "bloccato" nei sedimenti oceanici, lasciando l’ossigeno nell’atmosfera. A sua volta, l’ossigeno è essenziale per l’esistenza dello strato di ozono nella stratosfera, senza il quale mancherebbe lo schermo alla radiazione ultravioletta e la vita sarebbe impossibile. Infine, la maggior parte degli animali terrestri o marini non esisterebbe se non fosse per il vigoroso metabolismo consentito dalla presenza dell’ossigeno nell’atmosfera. Inoltre, l’acqua allo stato liquido e l’anidride carbonica, agendo insieme, trasformano per degradazione le rocce in argille e in altre sostanze solubili che contengono gli elementi nutritivi essenziali per le piante.
Tutto questo porta a concludere che lo svolgimento di questi processi deve essere in qualche modo controllato da altri processi fisici, talvolta meno evidenti: altrimenti la vita non potrebbe sussistere. Ad esempio, l’ossigeno è una necessità per la vita animale in quantità moderate, ma in concentrazioni elevate risulta tossico. Se l’ossigeno continuasse ad accumularsi nell’atmosfera, gli incendi ed altri tipi di rapida ossidazione distruggerebbero tutti gli esseri viventi. Se la materia organica continuasse ad accumularsi nei sedimenti marini profondi, tutti i materiali nutritivi prodotti dalla degradazione del suolo tornerebbero alla fine in forma insolubile e le piante morirebbero. Analogamente, se i sedimenti calcarei continuassero ad accumularsi negli oceani, senza un afflusso compensatore di anidride carbonica proveniente dalle dorsali oceaniche e da altri vulcani, la concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica potrebbe diventare così bassa da rendere impossibile la fotosintesi.
Si arriva così al processo fondamentale che avviene sulla Terra, la tettonica delle placche, cioè il continuo rimescolamento all’interno della Terra dei materiali che costituiscono la superficie del pianeta e la loro riapparizione lungo le dorsali oceaniche e nei vulcani. Questo processo di rinnovamento geologico, che forse esiste solo sulla Terra, è probabilmente essenziale per la persistenza dell’ambiente favorevole che ha permesso alla vita di nascere e di evolversi. I movimenti che hanno luogo nelle profondità della Terra sono all’origine del moto delle placche superficiali e inoltre generano il campo magnetico che scherma parzialmente il nostro pianeta dall’ambiente ostile dello spazio.
Il contesto di questo ambiente favorevole alla vita è la posizione astronomica della Terra. Se il nostro pianeta fosse più piccolo, non avrebbe potuto trattenere un’atmosfera. Se fosse più vicino al Sole, gli oceani entrerebbero in ebollizione; mentre, se fosse più lontano, si congelerebbero. Se la sua orbita e l’inclinazione del suo asse di rotazione non fossero soggette alle lente fluttuazioni che conosciamo, quelle cicliche variazioni climatiche che hanno innescato importanti mutamenti evolutivi non potrebbero esistere. Se il Sole fosse più grande, non sarebbe vissuto abbastanza a lungo da permettere alla vita di evolversi fino a forme avanzate. Se invece il Sole fosse una stella binaria, sarebbe stato impossibile per la Terra possedere un’orbita stabile con condizioni pressoché uniformi.
Tuttavia, al di là della situazione astronomica, è l’attività interna della Terra che ha determinato la sua storia e la nostra. Uno degli obiettivi primari della geofisica oggi è proprio quello di comprendere i processi che avvengono all’interno della Terra, una sfera di seimila chilometri di raggio che rimane una delle parti meno conosciute dell’universo.
Numerose sono le domande che ci poniamo. Perché la tettonica delle placche esiste sulla Terra, ma non su Venere, che ha dimensioni e composizione simili? Quali sono le caratteristiche della Terra che rendono possibile il moto di convezione delle rocce che costituiscono il Mantello? Qual è la natura di questi moti convettivi e come varia nel tempo la loro velocità? E ancora: quali sono gli effetti alla superficie terrestre delle variazioni della velocità di convezione, in particolare per quanto riguarda la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera e dunque il clima e la vita stessa? E qual è l’effetto delle variazioni del campo magnetico?
La relazione più affascinante che ci si rivela oggi è proprio quella tra la tettonica delle placche e la vita, evidenziata dalla scoperta dell’esistenza di complessi ecosistemi di pesci, invertebrati e batteri in prossimità delle bocche eruttive sottomarine situate lungo le dorsali oceaniche. Un altro problema riguarda la risposta della Terra alle collisioni con asteroidi e comete che avvengono periodicamente, anche se a intervalli di tempo molto lunghi rispetto alla durata della vita umana. Tali collisioni hanno influito sull’evoluzione delle forme viventi, provocando estinzioni di massa e stimolando la rapida evoluzione di nuove specie.
Proprio perché la Terra è un oggetto unico e le sue varie parti sono in continua interazione tra loro, appare oggi chiara la necessità di affrontare i problemi geofisici con uno studio globale di tutte le geosfere, dalla atmosfera più esterna alle profondità del Nucleo interno. Un tale studio globale è oggi possibile grazie ai progressi realizzati negli ultimi decenni nel campo dei sistemi strumentali di osservazione e di calcolo. (1- continua)


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 11 febbraio 2005


SPECIALE DUE - La Crosta terrestre è la superficie di separazione tra le rapide variazioni che caratterizzano gli strati esterni fluidi (idrosfera e atmosfera) e i lenti movimenti interni. Si è già detto che il Mantello si trova in uno stato di convezione. Il Nucleo esterno, allo stato liquido, è accoppiato al Mantello e sede anch’esso di un moto di convezione, evidenziato dalle variazioni secolari del campo magnetico terrestre. Lo studio della composizione, della struttura e della dinamica della Crosta e dell’interno della Terra, tende a ricostruire e comprendere i processi che hanno determinato l’evoluzione del nostro pianeta dallo stato iniziale, alcuni miliardi di anni fa, a quello presente.
Un altro settore riguarda la comprensione della struttura, della dinamica e della chimica dell’atmosfera e dell’idrosfera e la loro interazione con la Terra solida. Si sono ottenuti progressi nello studio del bilancio energetico del pianeta, anche se non ancora sufficienti a prevedere le variazioni climatiche in maniera attendibile. La strada da seguire è quella di istituire una rete di osservazione sistematica della superficie terrestre, con lo scopo di individuare le linee di tendenza in fenomeniquali la tettonica, l’erosione del suolo, la geomorfologia, lo sviluppo della vegetazione, i processi idrologici. Occorre, allo stesso tempo, una rete di rilevamento globale delle proprietà atmosferiche e oceanologiche, che consenta di porre su basi quantitative certe le interazioni tra atmosfera e oceani.
La biosfera costituisce una parte assai importante della Terra, poiché controlla il contenuto di ossigeno nell’atmosfera e numerosi altri fattori. I complessi equilibri che regolano gli ecosistemi e la loro evoluzione devono essere studiati in relazione all’ambiente fisico. Fattori come il clima, il moto delle placche tettoniche o l’impatto di asteroidi hanno infatti una grande influenza sull’evoluzione biologica. Anche in questo caso, si tratta di caratterizzare l’interazione degli organismi viventi con l’ambiente fisico, in particolare i loro effetti sulla composizione, la dinamica e l’evoluzione della Crosta, degli oceani e dell’atmosfera.
Della biosfera fa parte l’uomo. Gli effetti sull’ambiente naturale dell’aumento della popolazione, dello sviluppo agricolo e industriale e del crescente consumo di energia costituiscono l’oggetto di un grande interesse scientifico, oltre che essere di immenso interesse pratico. L’attività umana modifica la composizione dell’atmosfera, sia per quanto riguarda gas come l’anidride carbonica e il metano, sia per quanto riguarda la polvere e gli aerosol in genere. L’aumento di popolazione nei paesi in via di sviluppo è spesso accompagnato dall’urbanesimo e dalla desertificazione di ampi territori. Il depauperamento delle foreste tropicali influisce sulle mutazioni climatiche e genetiche.
L’evoluzione del tempo meteorologico avviene su una scala temporale di giorni, ma lo stato generale dell’atmosfera è regolato dagli oceani, che hanno tempi di circolazione dell’ordine degli anni. Entrambi i sistemi sono fortemente influenzati dalla biosfera, che può subire variazioni osservabili dallo spazio su scale di tempo da pochi giorni in su. L’influenza del Sole ha un ciclo principale di undici anni, ma vi sono variazioni molto più lente, su scale di secoli e millenni. La porzione della superficie terrestre coperta di ghiaccio, denominata criosfera, ha subito una progressiva riduzione a partire da circa diecimila anni fa, con il termine dell’ultima glaciazione. I dati geologici indicano un ciclo di circa centomila anni per i successivi episodi di glaciazione e deglaciazione, ma vi sono oscillazioni di durata molto più breve, da alcune centinaia ad alcune migliaia di anni. Questa grande varietà di processi, che operano su differenti scale temporali, determina una molteplicità di interazioni tra componenti del nostro pianeta che tradizionalmente erano state considerate separate.
Per raggiungere l’obiettivo di comprendere la molteplicità di interazioni che avvengono sopra e dentro il nostro pianeta, bisogna progettare una strategia di osservazione, gestione e analisi dei dati in parte diversa da quella seguita fino ad oggi. Poiché è sempre più evidente la necessità di comprendere il funzionamento del pianeta Terra come un tutto unico. Le osservabili che un tale programma di ricerca spaziano dai fenomeni quasi statici (come la petrologia, i regimi di vegetazione, il campo magnetico) ai fenomeni dinamici (come la formazione delle nubi, le precipitazioni, la salinità degli oceani, le calotte glaciali, le eruzioni vulcaniche e i terremoti). Per osservare un sistema interattivo di tale complessità, è necessaria una rete di satelliti in grado di fornire rapide immagini sinottiche della superficie terrestre: la rete dovrà comprendere, oltre a satelliti geostazionari, satelliti in orbita polare e altri a diverse inclinazioni e altezze.
Per essere efficaci, la maggior parte delle misure geofisiche richiedono completezza e simultaneità: solo così, ad esempio, si può studiare la deformazione di un edificio vulcanico, la sua successiva eruzione, la diffusione delle ceneri vulcaniche nell’atmosfera e le conseguenze di tale fenomeno sul clima globale e di questo sul suolo. Il sistema di osservazione deve inoltre essere caratterizzato dalla continuità e dalla omogeneità delle misurazioni su periodi di tempo lunghi. La enorme quantità di dati che un sistema del genere è in grado di fornire richiede una grande capacità dei sistemi di raccolta e di elaborazione dei dati stessi. Si richiede inoltre un elevato livello di integrazione tra la fase della raccolta dei dati di osservazione e la fase della formulazione dei modelli teorici: una tale integrazione è possibile solo tramite un intenso scambio di informazioni a scala mondiale tra tutti i ricercatori coinvolti nello studio della Terra. In questo modo, il pianeta diventa come un unico laboratorio e i fenomeni geofisici possono essere seguiti in tutta la loro evoluzione, con l’obiettivo di riprodurli tramite modelli matematici e di comprenderne il meccanismo.
Un capitolo importante degli attuali studi geofisici riguarda gli eventi naturali violenti: terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, uragani, tornado, inondazioni, frane, valanghe e altri ancora. L’eventualità che uno di questi eventi si produca in una certa area della superficie terrestre comporta l’esistenza di un rischio al quale sono sottoposte le popolazioni che vi risiedono. Due sono i fattori che concorrono ad esprimere il concetto di rischio relativamente a un dato evento: la probabilità che l’evento si produca e l’entità delle conseguenze. Il rischio connesso al prodursi di un determinato evento è il prodotto della probabilità dell’evento per l’entità delle conseguenze. L’osservazione dei fenomeni mostra che, in generale, gli eventi con conseguenze gravi sono rari, mentre assai più frequenti sono gli eventi con conseguenze limitate. Tuttavia la rarità di un evento non equivale a un rischio basso. Ad esempio, la probabilità che un asteroide del diametro di qualche chilometro colpisca la Terra è molto piccola, ma le conseguenze dell’impatto sarebbero talmente gravi da rendere non trascurabile l’entità del rischio e da spingerci a preoccuparcene. Per questo genere di eventi, potenzialmente distruttivi e di grande impatto sociale, si impone più che per altri la necessità di giungere a prevederne l’occorrenza e le modalità di svolgimento. In linea di principio, la possibilità di prevedere un fenomeno è un corollario di una teoria fisica che descriva con sufficiente dettaglio il sistema in cui tale fenomeno può aver luogo.
Duemilacinquecento anni fa, gli astronomi babilonesi possedevano già le conoscenze necessarie per prevedere le eclissi. Sapevano che le eclissi di Sole e di Luna si producono in particolari condizioni, quando questi astri sono bassi sull’orizzonte in prossimità del plenilunio o del novilunio, ed erano in grado di calcolare con buona precisione i momenti in cui ciò avveniva. Ciò è dovuto al fatto che pianeti e satelliti si comportano nel loro moto con relativa semplicità: un modello che descriva un moto su orbite circolari con velocità costante porta già a risultati discreti per quanto riguarda la previsione delle eclissi.
Non avviene lo stesso per i fenomeni geofisici, caratterizzati – come si è detto – da una grande complessità. Tra l’altro, la sorgente di molti di questi fenomeni è inaccessibile, all’interno della Terra, né possiamo vedere dentro la Terra, così come facciamo verso lo spazio esterno. La previsione è il risultato dell’inserimento di dati di osservazione in un modello. Questi dati rappresentano i valori numerici delle grandezze fisiche che compaiono nella teoria, comprese le "condizioni iniziali" del sistema studiato. Quando un sistema fisico è governato da leggi non lineari, una piccola imprecisione nelle condizioni iniziali può alterare completamente, dopo breve tempo, l’evoluzione del sistema: è questo il caso della meccanica dei fluidi applicata alla previsione meteorologica e della meccanica delle fratture applicata allo studio dei terremoti. Tale comportamento, chiamato caotico, preclude la possibilità di previsioni deterministiche a lungo termine: sono possibili solo previsioni di tipo probabilistico. Resta tuttavia aperta la possibilità di previsioni a breve termine.
Un significativo avanzamento della nostra comprensione degli eventi geofisici e della nostra capacità di prevederli potrà venire solo da osservazioni sistematiche e a lungo termine dei fenomeni che avvengono sopra e dentro il nostro pianeta. Ciò è vero non soltanto per i fenomeni più rapidi e apparentemente improvvisi, quali i terremoti e le eruzioni vulcaniche, ma anche per quei fenomeni che si realizzano su scale di tempo lunghe, come i mutamenti climatici, che possono avere conseguenze assai più vaste e profonde sulla biosfera e quindi sull’uomo. Un grande sforzo in questo senso deve essere compiuto se vogliamo essere in grado di prevedere i cambiamenti che sono in atto, anche lentamente, sul nostro pianeta, alcuni dei quali sono il risultato dell’attività umana, mentre altri sono fluttuazioni naturali che nel passato non erano state documentate o semplicemente non riconosciute.(2 – Fine)


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 11 febbraio 2005


PROPOSTA RETE MONITORAGGIO TSUNAMI NEL MEDITERRANEO

Il progetto di monitoraggio tsunami denominato “Supermednet” e lanciato dal Professor Enzo Boschi all’ultima conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri a Kobe è diventata la proposta per l’Italia alla riunione Euromed (organismo dell’UE) conclusasi il 9 febbraio scorso a Bruxelles.
I dettagli del progetto sono stati presentati, a nome dell’INGV, da Stefano Tinti, Professore al dipartimento di fisica all’Università di Bologna .
“Un sistema d’allarme per i maremoti del Mediterraneo dev’essere costituito da strutture locali e da una globale con tempi di risposta diversi. Se un maremoto si verifica vicino alla costa e la investe in pochi minuti, ha spiegato il Professor Tinti, deve scattare entro uno due- minuti al massimo il sistema locale. A quello globale invece è richiesto un tempo di risposta di 5-10 minuti sufficiente per la protezione delle coste più lontane della sorgente”.
L’INGV gestisce attualmente la rete Mednet costituita da una ventina di stazioni sismometriche a larga banda installate nell’area mediterranea dal Marocco alla Turchia e i cui dati vengono trasmessi alla sala sismica di Roma e analizzati per il rapido calcolo degli epicentri-ipocentri.
L’analisi è limitata a terremoti di magnitudo superiore a 4.5 e quindi adeguata ai fini della identificazione di fenomeni potenzialmente in grado di scatenare tsunami (infatti i terremoti più piccoli non generano maremoti rilevanti).
L’attuale configurazione di Mednet rappresenta pertanto il punto di partenza per la costituzione di un “Mediterranean Tsunami Warning System” (MTWS) per realizzare il quale è necessaria l’installazione di 30 nuove stazioni, 200 mareografi e 16 boe da distribuire nei Paesi dell’Africa del Nord, del vicino Oriente e dei Balcani.
La proposta dell’INGV è stata accolta con pieno favore dai 25 Paesi delegati dell’UE e dai 10 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo presenti al meeting.


INFORMAZIONI STORICHE PER I GIORNALISTI:
L’Europa è esposta all’attacco dei maremoti, ma al momento non esiste alcun sistema d’allarme a protezione delle costa europee. Come risulta da progetti scientifici finanziati negli anni ’90 dall’Unione Europea (GITEC, GITEC-TWO), che hanno consentito di redigere cataloghi specifici e di compiere numerosi studi su alcuni dei casi storici più importanti, i maremoti colpiscono gran parte delle coste europee, ma gli eventi più disastrosi hanno investito i paesi europei della fascia meridionale del continente, come il Portogallo, l’Italia, la Grecia e la Turchia. Proprio in questa fascia si sono verificati anche gli ultimi tre maremoti europei. Il maremoto di Izmit del 17 agosto 1999 ha sicuramente aggiunto vittime al numero complessivo di morti causati dal terribile terremoto (oltre 17000), che ha devastato la regione di Kocaeli, ma il loro numero è incerto, ed ha provocato nel golfo di Izmit onde alte fino a 3 metri. Il doppio maremoto di Stromboli del 30 dicembre 2002 è l’ultimo caso di maremoto italiano: non ha provocato vittime perché non si è verificato in stagione turistica, ma ha attaccato le coste con onde anche di 10 m di altezza che hanno distrutto molti edifici lungo la costa settentrionale dell’isola. Il maremoto del 21 maggio 2003 fu provocato dal terremoto di Boumerdes-Algeri che uccise più di 2300 persone. Non si sa se il maremoto abbia fatto vittime sulle coste algerine. Si sa che il maremoto ha attraversato tutto il Mediterraneo occidentale, raggiungendo le Baleari dopo circa 50 minuti con onde di circa 1 metro, ed arrivando fino alle coste francesi ed italiane, dove è stato registrato dai mareografi dei porti di Nizza e di Genova dopo rispettivamente 95 e 115 minuti.
I dati storici indicano che i maremoti in Europa e nel Mediterraneo possono essere disastrosi. Basterebbe ricordare l’esempio del maremoto prodotto dall’esplosione del vulcano Santorini nel mare Egeo, a nord di Creta. Vi sono molte evidenze che tale maremoto sia stata una delle cause, se non la principale, del declino della fiorente civiltà minoica che dominava la regione egea, avendone distrutto le più importanti città portuali a Creta. Un esempio significativo è il maremoto del 365 d.C. causato da un terremoto nella zona di subduzione dell’arco ellenico. I documenti dell’epoca raccontano che il maremoto fece migliaia di vittime e fu osservato in tutto il Mediterraneo centro-orientale, penetrando anche nel mare Adriatico.
La necessità che l’Europa ed i paesi del Mediterraneo si dotino di un sistema d’allarme per i maremoti è indiscutibile. Esso può essere strutturato sulla falsariga del sistema d’allarme esistente nell’Oceano Pacifico, che a tutt’oggi è l’unico esempio di sistema funzionante


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 16 febbraio 2005


Terremoto in Indonesia: 10 volte più forte di quello stimato

Basandosi sulle misurazioni relative all’energia liberata velocemente e violentemente al momento del terremoto, più l’energia liberata in seguito e più lentamente, nelle oscillazioni libere che sono tuttora in corso e a ragione misurabili, dobbiamo dedurre, dichiarano dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che la magnitudo è superiore a quella stimata inizialmente.
La magnitudo è stata 9.4. Il più potente sisma registrato nella storia conosciuta, insieme a quello che ha colpito il Cile nel 1960.


Roma, 9 febbraio 2005

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa


C.S. del 9 febbraio 2005


Londra 15 marzo 2005 - G8 ambiente

Mentre i Ministri dell’energia e dell’ambiente dei maggiori Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo sono riuniti a Londra allo scopo di trovare iniziative comuni per la riduzione dei gas serra, e in particolare dell’anidride carbonica (CO2) l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha annunciato il successo del più grande esperimento di stoccaggio geologico della CO2.

“L’INGV è stato l’unico ente di ricerca italiano a partecipare al grande progetto internazionale per la segregazione della CO2 nel giacimento petrolifero in fase di esaurimento a Weyburn in Canada- riferisce il Professor Enzo Boschi, Presidente dell’INGV- dove negli ultimi quattro anni a scopo sperimentale in questo giacimento sono state iniettate 5000 tonnellate al giorno di CO2 per verificare la fattibilità e la sicurezza delle tecniche di segregazione adottate. All’esperimento hanno preso parte decine di istituti scientifici e industrie energetiche di Stati Uniti, Unione Europea e Canada. Conclusa questa prima fase della ricerca siamo lieti di annunciare che l’iniezione di CO2 in strutture geologiche profonde è fattibile e sicura. Il giacimento, infatti, è capace di trattenere il 99,99 % della CO2 iniettata per migliaia di anni. Si è potuto verificare che questo gas si autosigilla nel sottosuolo, trasformandosi in materiale calcareo totalmente inerte: insomma diventa roccia.Vengono così cancellate le preoccupazioni relative alla possibilità che questo gas responsabile di provocare scompensi climatici di portata globale, possa ritornare in atmosfera dopo la sua segregazione profonda”.

I brillanti risultati dell’esperimento di Weyburn sono stati ufficialmente presentati al convegno scientifico “Greenhouse Gas Control Technologies” al quale i vari relatori hanno sottolineato il fatto che si aprono nuove prospettive per le cosiddette tecnologie di “decarbonizzazione dell’energia”. In altri termini, in alcuni impianti, sarà possibile continuare a bruciare combustibili fossili senza immettere CO2 nell’atmosfera.

“Certo le operazioni di cattura e di segregazione della CO2 hanno costi elevati e quelli maggiori sono senz’altro relativi alla fase di estrazione della CO2 dai fumi prima di poterla iniettare sottoterra – osserva il Dottor Roberto Bencini, ricercatore dell’INGV nel settore dell’ingegneria dei giacimenti petroliferi-. Tuttavia le maggiori società elettriche del mondo sono ora impegnate nella messa a punto delle tecniche più adatte per minimizzare i costi di cattura e di stoccaggio. Da parte nostra possiamo affermare che, grazie al successo dell’esperimento di Weyburn, un combustibile come il carbone, meno di moda ma anche il più economico, diventa ora il più pulito: ancor più del gas naturale. Infatti si apre la prospettiva di applicazione diffusa di tecniche di gassificazione del carbone e di segregazione della CO2 in giacimenti esauriti e altre strutture geologiche adatte senza più immissioni di gas serra in atmosfera”.

Il costo complessivo dell’esperimento di Weyburn è stato di circa 25 milioni di euro, di cui il 10% a carico dell’Europa. Ora l’INGV, d’accordo con altri istituti di ricerca ed enti italiani, ha intenzione di presentare uno studio di fattibilità, per ripetere l’esperimento in un contesto nazionale in cui siano disponibili giacimenti di carbone e strutture geologiche adatte ad accogliere la CO2 da segregare.
Per maggiori info : Roberto Bencini 0039 06.45420060 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa


C.S. del 16 marzo 2005


AL LARGO DI CATANIA A CACCIA DI NEUTRINI E TERREMOTI

Il primo osservatorio sottomarino abissale in Europa per ricerche cosmiche e geofisiche, nato grazie alle sinergie tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), verrà ufficialmente presentato alla stampa il giorno 3 maggio 2005, alle ore 11:30, presso i Laboratori Nazionali del Sud dell’Infn di Catania. Le operazioni di installazione e connessione al cavo sottomarino hanno reso possibile l’attivazione della stazione di prova del telescopio sottomarino per neutrini NEMO dell’Infn e la trasmissione a terra in tempo reale dei dati raccolti dall’osservatorio multiparametrico geofisico e ambientale SUBMARINE NETWORK ONE (SN1) installato dall’Ingv. Il laboratorio sottomarino NEMO-SN1 è localizzato a 25 km a largo dell’Etna ad oltre 2000 mt di profondità, creando un’infrastruttura unica in Europa per ricerche in ambiente estremo. La scelta di posizionare il laboratorio NEMO-SN1 al largo della Sicilia orientale nasce dalla convergenza di interessi tra l’Infn, interessato alla realizzazione di una stazione di prova per prototipi di un telescopio sottomarino per neutrini, e dell’Ingv. L’area è stata interessata da alcuni tra i più forti terremoti e maremoti che hanno colpito il territorio italiano, per cui il laboratorio è il primo nucleo della rete per il monitoraggio degli tsunami nel Mediterraneo, annunciato a Kobe dall’Ingv con il nome di “SUPERMEDNET”.
Alla conferenza stampa interverranno i Presidenti dei due Enti di ricerca Enzo Boschi e Roberto Petronzio, Emilio Migneco, direttore dei Laboratori Nazionali del Sud, Paolo Favali dirigente di ricerca, responsabile delle attività marine dell’Ingv.

Cenni storici

Il cavo elettro-ottico era gia stato precedentemente steso nel settembre del 2001 dall’Infn. A gennaio del 2005 è stato recuperato, utilizzando Pertinacia, una nave posacavi dell’Elettra Tlc (Gruppo Telecom), allo scopo di installare speciali pannelli forniti di connettori sottomarini.

Nello stesso tempo è stato posizionato sul fondo l’osservatorio SN1 e una stazione di monitoraggio acustico. La connessione delle strumentazioni al cavo è stata eseguita utilizzando robot sottomarini (ROV- Remote Operated Vehicle). Il collaudo delle funzionalità dei robot in questo tipo di installazioni sottomarine, che si svolgono a pressioni di centinaia di atmosfere, è un passo essenziale nello sviluppo del progetto NEMO. Utilizzando le procedure messe a punto saranno successivamente connessi al cavo e collaudati entro il 2006 i prototipi dei componenti principali del telescopio sottomarino per neutrini.

L’osservatorio SN-1 realizzato sulla base dell’esperienza acquisita dall’Ingv in ambito dei progetti europei GEOSTAR e grazie all’interazione con l’industria italiana, come la Tecnomare S.p.A. (corporate del gruppo ENI) tra il 2000 e il 2002 nell’ambito di un progetto coordinato dall’Ingv e finanziato dal Gruppo nazionale per la Difesa dai terremoti (GNDT), è equipaggiato con vari sensori che includono un sismometro a tre componenti del tipo “larga banda”, un gravimetro, un magnetometro scalare e un idrofono.



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa


C.S. del 29 aprile 2005


GAS WORKSHOP

Più di cento studiosi di geochimica provenienti da ventisei Paesi del mondo daranno vita a un seminario itinerante nel Sud dell’Italia per analizzare il respiro della terra in tre delle principali aree vulcaniche attive: Etna, Vulcano e Campi Flegrei.

Organizzato dalla sezione di Palermo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il “2005 gas workshop’, si svolgerà dal 2 al 10 maggio e, come recita lo stesso titolo, sarà dedicato allo studio dei vari tipi di gas emessi dai sistemi vulcanici, agli strumenti e alle metodologie per analizzarli.

Il seminario sarà diviso in due sessioni. Nella prima, dal 2 al 3 maggio, a Palermo, presso la sede della sezione di Palermo dell’INGV si svolgeranno le numerose relazioni dei partecipanti. Dal 4 al 10 maggio avrà luogo la sessione itinerante, con tappe a Vulcano, Nicolosi-Etna e Pozzuoli-Solfatara.

Fra le varie sedi decentrate dell’Ingv, Palermo è quella che ha la più importante e radicata vocazione in geochimica e che ha dato vita, fin dall’inizio degli anni ’80, al monitoraggio sistematico delle aree vulcaniche attive siciliane, stabilendo in alcune di esse come Vulcano, Stromboli e l’Etna strumenti di sorveglianza che funzionano 24 ore su 24.

<Controlli della temperatura e di alcuni gas come anidride carbonica e composti dello zolfo; gas nobili come l’elio e isotopi di vari elementi, ci permettono oggi di distinguere una situazione di normale attività vulcanica da una decisamente anomala e addirittura di individuare una situazione pre eruttiva>, spiega il dottor Rocco Favara, direttore della sezione di Palermo dell’Ingv.

Insomma, la geochimica dei cosiddetti ‘fluidi vulcanici’ è diventata un indispensabile strumento di previsione e, associata ai controlli geofisici volti a registrare tremori, terremoti e deformazioni del suolo, rappresenta uno dei cardini dei sistemi di protezione civile nelle aree a rischio.

Poiché in molti casi gli elementi in esame rappresentano delle piccolissime quantità rispetto al gas che li trasporta è necessario che gli strumenti di analisi siano finemente regolati secondo procedure standard stabilite in campo internazionale. <Il nostro workshop avrà una duplice funzione - aggiunge il Dottor Favara-. Da una parte servirà a mettere a punto i metodi di comparazione fra gli strumenti, con esercitazioni pratiche che saranno effettuare recandosi nelle aree crateriche e nei campi di fumarole; d’altra parte si farà il punto della situazione delle nostre aree a maggior rischio>.

Il quadro attuale dei vulcani attivi italiani, vede il Vesuvio e i Campi Flegrei in uno stato di quiescenza. Più a Sud, l’Etna ha da poco concluso una abbondante ma tranquilla eruzione durata circa sei mesi. Nelle Eolie, Vulcano è in una situazione simile a quella del Vesuvio: col cratere ostruito ma con sistema di alimentazione profondo sempre abbastanza attivo, sia pure con alti e bassi; mentre Stromboli è rientrato nella sua consueta attività dopo l’imponente eruzione del 2002-2003 che ha provocato anche una grande frana lungo la Sciara del Fuoco e il conseguente maremoto.


Per maggiori informazioni rivolgersi al Dott. Rocco Favara 091.6809401 335.7638770



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa


C.S. del 30 aprile 2005


ESPLORATI, PER LA PRIMA VOLTA IN MEDITERRANEO, I “GIARDINI DI CORALLO” NELLE PROFONDITA’ DELLO IONIO SETTENTRIONALE.

CREDUTI SCOMPARSI 15 MILA ANNI FA, GLI ESEMPLARI VIVENTI DI COLONIE DI CORALLI “BIANCHI”, SONO STATI SCOPERTI DAL PROGETTO APLABES GRAZIE ALLE MODERNISSIME TECNOLOGIE DELLA NAVE DA RICERCA DEL CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare).


Domani, 8 giugno, la R/V UNIVERSITAS sarà nel porto di Civitavecchia a disposizione della comunità accademica e della stampa al termine di una campagna di ricerca nello Ionio settentrionale che ha portato a termine la seconda fase del progetto APLABES (Biocostruzioni a coralli bianchi nel Mar Ionio settentrionale-Apulian Plateau Bank).
Finanziato nei programmi FIRB del MIUR, e coordinato dal CoNISMa vede la partecipazione di ricercatori appartenenti a quattro Università (Milano-Bicocca, Bari, Catania e Napoli-Parthenope), all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), all’Istituto di scienze Marine del CNR di Bologna. Questa seconda campagna di ricerca ha permesso di raccogliere immagini e filmati dei banchi di coralli bianchi presenti in grande quantità lungo le pareti e i pendii dell’Apulian Plateau, proseguimento subacqueo della penisola pugliese, a profondità comprese fra 300 e 1200 metri.
La tecnologia utilizzata messa a punto negli ultimi anni dall’INGV in collaborazione con Tecnomare, l’Università di Berlino e in parte CoNISMa, e già utilizzata ampiamente in progetti europei e nazionali ha permesso di poter compiere osservazioni e riprese video, della durata di diverse ore, in diverse aree del fondo marino, rilevate e cartografate in dettaglio nella prima campagna del progetto (luglio 2004) grazie alla avanzata tecnologia della R/VUNIVERSITATIS.
L’importanza dei risultati raggiunti dai ricercatori del progetto APLABES risiede nel fatto che per la prima volta è stata documentata la presenza di esemplari viventi di colonie di coralli bianchi, ritenuti scomparsi dal Mediterraneo a partire dalla fine dell’ultimo periodo glaciale (circa 18-15000 anni fa). Le colonie di questi coralli formano in similitudine con quelle delle barriere coralline attuali, dei veri e propri edifici biocostruiti alti qualche metro e lunghi diverse decine.
Presenti in diverse aree degli oceani, i coralli bianchi sono oggi sotto l’attenzione della comunità scientifica internazionale per il ruolo fondamentale che rappresentano per la vita marina in profondità. L’intrico dei rami corallini e la ricca fauna che vi si insedia vengono a costruire una vera e propria oasi di vita nel buio delle acque profonde, costituendo probabilmente il rifugio e l’area di riproduzione di un grande numero di organismi e facendo si che tali aree vengano indicate come le più importanti aree da progettare nelle profondità oceaniche.
Il rinvenimento di banchi viventi in Mediterraneo, mai documentato precedentemente, conferma la ricchezza biologica del bacino e la necessità di una politica volta a proteggere anche in Mediterraneo queste importanti isole di vita abissali.
IL PROGETTO APLABES: Coordinatore C.Corselli (CoNISMa Univ. Milano-Bicocca)
Staff scientifico: Paolo Favali, Giuseppe Etiope (INGV), C.Corselli, A.Savini, E.Malinverno (CoNISMa Univ. Milano-Bicocca), A. Tursi, M.Matarrese (CoNISMa Univ Bari), A.Rosso, S.I.Di Geronimo (CoNISMa Univ Catania), M.Taviani, A.Remia (ISMAR-CNR Bologna), G.Spezie , G. Budillon (CoNISMa Univ. Parthenope Napoli)

Per maggiori informazioni contattare:
Paolo Favali 06/ 51860428
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Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 7 giugno 2005