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L’INGV coordina le attività europee di Fisica dell’Alta Atmosfera durante l’anno eliofisico internazionale 2007-2008

L’anno 2007 celebrerà il cinquantenario dall’anno geofisico internazionale (IGY, http://www.nas.edu/history/igy/) con una serie di iniziative, tra le quali l’anno polare internazionale (IPY, www.ipy.org), l’anno del pianeta Terra (IYPE, http://www.esfs.org/), l’anno geofisico elettronico (eGY, www.egy.org) e l’anno eliofisico internazionale (IHY, http://ihy2007.org). L’anno geofisico internazionale del 1957-58 si proponeva di favorire un’ampia collaborazione della comunità internazionale su temi scientifici e tecnologici in ambito geofisico. L’IHY, basandosi sul successo ottenuto a seguito di questa iniziativa, estende il concetto di geofisica allo studio del Sole, ponendo l’accento sul ruolo delle relazioni tra il Sole e la Terra come strumento di comprensione dei cambiamenti globali.
L’INGV partecipa attivamente all’Azione COST296: “Mitigation of Ionospheric Effects on Radio Systems” (www.COST296.rl.ac.uk), che si propone di favorire lo studio degli effetti dannosi della ionosfera sui sistemi radio e lo sviluppo e l’implementazione di nuove tecniche di mitigazione di tali effetti. Il COST è una rete europea intergovernativa che favorisce la cooperazione scientifica in un ampio spettro di attività tecnologiche e di ricerca (http://www.cost.esf.org/).
L’INGV si è fatto promotore di alcune iniziative del COST296 da inserire nell’ambito della celebrazione dell’IHY. Accogliendo favorevolmente la proposta, il COST296 ha nominato l’INGV coordinatore di tali iniziative. Queste si sviluppano seguendo due linee: una più prettamente scientifica, che si propone il coordinamento di campagne di misura della ionosfera, l’altra dedicata ad iniziative didattiche e divulgative sui temi di fisica dell’alta atmosfera. L’organizzazione IHY prevede che le diverse proposte siano articolate in programmi coordinati, chiamati CIP (Coordinated Investigation Program). Il COST296 ha presentato un suo programma, pubblicato sul sito web IHY (http://www.ukssdc.ac.uk/cgi-bin/ihy/cip-filter.pl#49), sviluppato secondo i seguenti punti:

• Realizzare e mantenere il sito web COST296/IHY dedicato allo scambio di informazioni, alla consulenza scientifica e alla raccolta dei link di archivi e basi di dati prodotti dall’Azione stessa.

• Coordinare campagne di osservazione dell’alta atmosfera effettuate con diversi strumenti di misura in sinergia con le comunità IHY, eGY, IPY e IYPE al fine di contribuire allo sviluppo di modelli di previsioni.

• Favorire studi congiunti delle connessioni tra le regioni di alta atmosfera a bassa, media ed alta latitudine durante eventi rilevanti di tempesta solare e/o geomagnetica.

• Contribuire all’iniziative IHY di divulgazione scientifica sulla base dell’esperienza maturata in ambito nazionale e supportata dalle Istituzioni che partecipano alle attività COST296/IHY.

• Organizzare conferenze aperte ad un pubblico non esperto ed attività interattive rivolte alle scolaresche nelle nazioni afferenti al COST296/IHY.
Le attività qui sintetizzate sono ampiamente descritte nel sito web COST296/IHY, ospitato dall’INGV (http://ionos.ingv.it/IHY/ihy_index.html).


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C.S. del 14 dicembre 2006


 FABIO FLORINDO NOMINATO EDITOR DI GEOPHYSICAL RESEARCH LETTERS

Fabio Florindo, primo ricercatore INGV, è stato ufficialmente nominato a partire da gennaio 2007, nuovo “solid earth editor” per la rivista americana Geophysical Research Letters.
Geophysical Research Letters è una tra le più importanti riviste che pubblica articoli di geofisica e geologia, e fa parte della collana di riviste dell’American Geophysical Union (AGU).
Fabio Florindo, che attualmente è in Antartide per un progetto di perforazione crostale, manterrà questo incarico per i prossimi tre anni, fino al 31 dicembre 2009.

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Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 28 novembre 2006


 PRECIPITAZIONI INVERNALI SULL’ITALIA E SUL MEDITERRANEO CON IL CONTAGOCCE ENTRO LA FINE DEL SECOLO.

Entro la fine di questo secolo, l’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera, porterà a una marcata diminuzione delle precipitazioni invernali sull’Italia e sul Mediterraneo causata dallo spostamento verso settentrione delle aree di bassa pressione prevalenti su tutta l’area. E’ questo uno dei risultati più significativi dei nuovi scenari sul clima del XXI secolo appena completati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e consegnati all’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
“E’ la prima volta che un gruppo di ricerca italiano partecipa all’Ipcc con scenari climatici ad alta risoluzione ottenuti per mezzo di modelli di simulazione globale”, rende noto il presidente dell’INGV, professor Enzo Boschi a margine della XXI conferenza sui cambiamenti climatici in corso a Nairobi, Kenya.
“Gli scenari da noi sviluppati – aggiunge il climatologo Antonio Navarra, dirigente di ricerca della sezione Ingv di Bologna – consistono in più di quattrocento anni di simulazione a partire dal periodo – preindustriale preso come punto di riferimento. Il nostro modello è stato sviluppato per permettere un investigazione delle variazioni regionali del clima con una risoluzione di circa 100 km, che è la più alta tra i modelli fin ora utilizzati dall’IPCC”.
Al Dott. Navarra, capo dell’equipe che ha materialmente sviluppato gli senari chiediamo:
1) Quali sono, oltre alla diminuzioni delle precipitazioni in Italia, per la fine del secolo, le altre anomalie che emergono dai vostri scenari?
I modelli ndicano un generale aumento della temperatura, piu’accentuato nelle regioni polari, in linea con i risultati degli altri modelli IPCC e con una riduzione marcata dei ghiacci marini. Il livello di dettaglio raggiunto dal modello ci permette inoltre di poter studiare anche la formazione ed evoluzione dei cicloni tropicali ed uno studio e’ in corso di preparazione.
2) Come sarà integrato il vostro contributo nell’ambito degli scenari sviluppati dai gruppi di ricerca internazionali e confluiti nell’IPCC?
I risultati delle nostre simulazioni sono stati consegnati alla banca dati dell’IPCC e faranno parte del pool di simulazione che vengono usate per numerosi studi internazionali e per i rapporti dell’IPCC.
3) Ci può brevemente descrivere gli strumenti informatici e le metodologie utilizzate dal vostro gruppo per ottenere questo contributo da primato?
Le simulazioni sono state effettuate sui supercomputer dell’INGV usando il modello atmosfera-oceano-ghiaccio marino sviluppato e mantenuto dal gruppo di climatologia dinamica dell’INGV.
La metodologia e’quella tipica di un esperimento numerico ad una simulazione di controllo con parametri di gas serra pre-industriali. Si sono poi accompagnate una riproduzione del XX secolo, e una serie di scenari per il XXI secolo, basati sugli scenari di gas serra elaborati dall’IPCC.

Per maggiori informazioni:
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Sonia Topazio (Capo Ufficio Stampa INGV)
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Nairobi, 16 novembre 2006


 Primo sito di cattura e stoccaggio geologico della CO2 in Italia


Il primo impianto pilota per la cattura e stoccaggio della CO2 sarà realizzato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con l'ENEL (ENEL Ricerca di Pisa). Il reservoir di stoccaggio potrebbe essere un acquifero salino in sicurezza entro costa o subito fuori costa nel Mar Tirreno oppure il deposito carbonifero profondo di Ribolla, dove si stanno valutando le potenzialità ECBM (Enhanced Coal Bed Metane). Nel primo caso si parla di una potenzialità di stoccaggio di CO2 nell'ordine delle decine o centinaia di milioni di tonnellate, mentre nel secondo caso di quantità molto inferiori. Lo ha annunciato il presidente dell’Ingv, Professor Enzo Boschi a margine del convegno mondiale sui cambiamenti climatici in corso a Nairobi (Kenya).
La anidride carbonica (CO2) di origine industriale, quella cioè che viene dall’uso di tutti i combustibili fossili (metano, petrolio e carbone), contribuisce in modo sostanziale ai cambiamenti climatici accumulandosi in atmosfera e provocandone il surriscaldamento o effetto serra.
La cattura e lo stoccaggio geologico della CO2 (in inglese « carbon capture and storage », CCS) è quindi uno strumento importante per la lotta ai cambiamenti climatici ormai in corso, in quanto risolve alla radice il problema delle emissioni di questo dannoso gas serra, evitandone l’immissione in aria e rispedendolo “al mittente” sottoterra, dove nel tempo si autosigilla diventando roccia.
La dimostrazione dell’efficacia del CCS si deve al successo di numerosi progetti di ricerca in corso o conclusi in varie parti del mondo: tra di essi l’importante progetto “Weyburn”, in Canada, a cui ha partecipato l’Ingv. In attesa che la CCS sia inclusa tra le misure di contenimento delle emissioni di CO2 del protocollo di Kyoto, l’INGV e’coinvolto anche in tutti i progetti in fase di gestazione in Italia . Tra questi anche l’indagine conoscitiva di CESI Ricerca spa, sotto l’egida del Ministero dello Sviluppo Economico, per la stesura di un elenco di zone per lo stoccaggio della CO2
Tre sono i principali metodi per lo stoccaggio: l’iniezione in giacimenti semiesauriti di petrolio, l’iniezione in acquiferi salini profondi, e l’iniezione in strati profondi di carbone che non può essere estratto con miniere. La scelta di siti consigliati per quest’ultimo metodo risulta in qualche modo facilitata sia dalla sicurezza intrinseca del metodo (la CO2 si lega subito con il carbone al posto dell’eventuale metano, e il sigillamento risulta immediato), sia dal numero limitato di giacimenti di carbone esistenti in Italia, i maggiori dei quali sono quello del Sulcis in Sardegna e secondariamente quello di Ribolla in provincia di Grosseto.
Entrambi i siti sono stati indicati come i primi italiani in cui verrà effettuato lo stoccaggio geologico della CO2 nel carbone profondo. Uno si trova in Sardegna, a ridosso delle miniere di carbone del Sulcis, dove il carbone è troppo profondo per essere estratto, e l’altro è localizzato a sud del campo geotermico di Larderello (Gr), dove si usa vapore naturale (con impurità di CO2) per la produzione di energia elettrica.
In entrambi i casi, sia Ribolla che Sulcis, poiché nei giacimenti di carbone si trovano di solito quantitativi anche commercialmente interessanti di gas metano, si spera prima di poter estrarre e utilizzare questo gas e poi di immettere la CO2, che faciliterebbe l’estrazione del metano residuo.
Si tratta di due importanti progetti pilota che intendono portare il nostro Paese sul fronte più avanzato degli studi finalizzati ad eliminare l’anidride carbonica prodotta da impianti industriali per la generazione elettrica - spiega il Prof Enzo Boschi, presidente dell’INGV - . L’Italia, dopo avere attivamente partecipato al grande progetto internazionale di Weiburn di stoccaggio della CO2 in Canada, passerà a sperimentare direttamente le tecnologie di sequestrazione e di stoccaggio geologico di questo gas serra, a tutto vantaggio dell’ambiente”.
Il progetto ECBM SULCIS, il maggiore dei due, è centrato sulla miniera di carbone dell’omonima località sarda, la cui gestione è attualmente in fase di passaggio della Regione Sardegna a privati. La Regione Sardegna intende valorizzare il sito con la costruzione di una innovativa centrale elettrica alimentata dal carbone del Sulcis, le cui emissioni di CO2 verranno direttamente iniettate nella parte profonda e non altrimenti sfruttabile dei giacimenti sottostanti, oltre gli 800 mt di profondità.
Il progetto ECBM RIBOLLA (dal nome della vecchia miniera di carbone che ha cessato l’attività circa 50 anni fa), invece, è legato alla possibilità di imbrigliare le attuali emissioni di CO2 prodotta nel campo geotermico di Larderello, che tuttavia non sono enormi: circa il 4% del vapore estratto, spiega il Dott. Roberto Bencini, ricercatore e specialista a livello mondiale del settore. “A Ribolla, il deposito geologico in cui sarà iniettata la CO2 consiste in un giacimento di carbone che scende fino oltre gli 800 mt di profondità, che sarà preventivamente privato del metano contenuto nel carbone stesso per fare spazio alla CO2. Questo processo preliminare di estrazione del metano avra’la durata di alcuni anni”.
Dei due progetti partirà per primo quello di Ribolla poiché i quantitativi di stoccaggio previsti sono di moderata quantità e quindi più facili da trattare.
Attualmente, nel mondo, i tre maggiori impianti trasformati in laboratori salvaclima sono quelli di Weyburn in Canada, Sleipner in Norvegia e In Salah in Algeria. Ciascuno di essi riesce a disfarsi, ogni giorno, di 3-5 mila tonnellate di CO2.

Nairobi, 14 novembre 06


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 14 novembre 2006


 Sergio Castellari nominato FOCAL POINT IPCC



Il Dott. Sergio Castellari, tecnologo INGV della sezione di Bologna, è stato nominato Focal Point dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per l’Italia.
L’IPCC è un organismo scientifico delle Nazioni Unite, nato per iniziative dell’UNEP (United Nations Environment Programme) e dell’WHO (World Health Organization) con lo scopo di valutare le informazioni tecnico-scientifiche e socio-economiche rilevanti ai cambiamenti climatici, gli impatti e le opzioni per l’adattamento e la mitigazione. A tal fine l’IPCC con l’aiuto volontario di scienziati di tutto il mondo produce rapporti tecnici ed articoli su questi temi. Ogni cinque anni l’IPCC produce anche un estensivo rapporto di tutte le conoscenze su questi temi. Il prossimo rapporto (4th Assessment Report - AR4) ha coinvolto circa 1200 scienziati e consisterà in tre rapporti distinti ed in un rapporto di sintesi dei tre.
La revisione di questo rapporto si svolge in varie fasi e vede coinvolti esperti scientifici e governativi di tutto il mondo. Il rapporto del WG1 (Il primo gruppo di lavoro dell’Ipcc - Working Group 1) sarà disponibile nel febbraio 2007, quello del WG2 nell’aprile 2007 e quello del WG3 nel maggio 2007.
Il ruolo di Focal Point è duplice: da una parte serve a fare conoscere l’attività di questo importante organismo scientifico presso ogni nazione, dall’altro serve a segnalare le ricerche nazionali in ambito climatico ai vertici dell’IPCC.
In precedenza il ruolo di Focal Point per l’Italia era stato affidato al Dott. Vincenzo Ferrara dell’ENEA che lo ha svolto con grande professionalità. Ora, con la nomina di Ferrara ad un nuovo incarico di maggiore responsabilità all’interno della struttura dell’ENEA, il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare di concerto con quello degli Esteri, ha designato il Dott. Sergio Castellari a ricoprire questo incarico, e l’IPCC ha confermato la nomina.
Per l’INGV si tratta anche di un riconoscimento dell’impegno relativo alle ricerche sul clima che viene svolto su più fronti: innanzi tutto con la Sezione di Bologna, che vede l’Unità di Climatologia Dinamica coinvolta in ricerche sul clima e cambiamenti climatici medianti modelli globali, poi con la partecipazione al progetto Europeo EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica) ed infine con la costituzione del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC) con sede a Lecce, che ha iniziato la propria attività quest’anno.
Per meglio svolgere il compito di diffusione della informazione scientifica riguardo le attività dell’IPCC, i risultati della comunità scientifica nazionale ed internazionale il Focal Point organizzerà a breve presso il CMCC un sito web che fornirà per posta elettronica periodicamente aggiornamenti ed informazioni su questi temi a giornalisti, divulgatori e scienziati.

Nairobi, 13 nov. 06


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 13 novembre 2006


 Ricerche e tecnologie per lo studio dell’eliosfera
Approfondimento sulle ricerche e le tecnologie impiegate per lo studio del sistema Sole-Terra

Il prossimo 8 novembre si svolgerà presso l’Aula Gismondi del Dipartimento di Fisica della Facoltà di Scienze dell’Università di Roma “Tor Vergata” una giornata di studio dal titolo “Ricerca e tecnologia per lo studio dell’eliosfera”, dedicata all’approfondimento interdisciplinare dei temi di ricerca, dei metodi strumentali e delle sfide tecnologiche per lo studio del sistema Sole-Terra. Nel 2007, infatti, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’ “Anno internazionale della geofisica” si celebrerà il primo “Anno internazionale dell’Eliofisica”.
Lo strato più esterno dell’atmosfera del Sole non è confinato dalla forza gravitazionale e si espande a velocità supersoniche nello spazio interplanetario formando il vento solare. Con il termine “eliosfera” gli scienziati indicano la bolla di plasma generata dal vento solare nel mezzo interstellare. Lo studio dei processi fisici che avvengono nel plasma eliosferico ha assunto un ruolo importante nell’astrofisica moderna sia per la comprensione di una vasta classe di fenomeni naturali che si verificano oltre il sistema solare (pulsar, dischi di accrescimento, accelerazione dei raggi cosmici) che per motivi più contingenti riguardanti l’influenza dell’attività magnetica solare sulla Terra e sulla magnetosfera terrestre. Quest’ultimo aspetto sta acquisendo sempre più rilevanza tenuto conto del sempre maggiore utilizzo dello spazio interplanetario per l’integrazione di sistemi di comunicazione satellitare e per scopi scientifici. Studiare l’eliosfera e ‘attrezzarsi’ tecnologicamente per farlo, quindi, comporta di rilevare e conoscere i fenomeni che accadono nella stella Sole e nello spazio interplanetario e individuare i loro effetti sulla Terra. Anche con la finalità di spendere i risultati ottenuti nello studio dell’atmosfera e del clima terrestre. La giornata di studio sulle “Ricerche e tecnologie per lo studio dell’eliosfera” è organizzata dal Centro per lo Studio della Variabilità del Sole (CVS), istituito dalla Regione Lazio con legge regionale del 14 maggio 2003 presso l’INAF Osservatorio Astronomico di Roma e attivo sulla base di una cooperazione scientifica esistente tra l’Osservatorio astronomico, il Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma “Tor Vergata” e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).
Il programma della giornata prevede interventi di esperti che esporranno i temi di ricerca più attuali per studiare i processi fisici fondamentali che avvengono nell’eliosfera. Tali ricerche riguardano discipline apparentemente distanti, quali la fisica delle stelle, della Terra e del plasma, ma in realtà strettamente collegate se si considera il sistema globale Sole-Terra. Si presenteranno inoltre in modo esteso i progetti strumentali in corso e in fase di definizione e le sfide tecnologiche da affrontare nei prossimi anni per effettuare misure importanti per l’avanzamento delle conoscenze in questi ambiti. A riguardo l’area di ricerca di Tor Vergata rappresenta un polo di eccellenza nazionale, poiché ospita oltre alla sede universitaria anche istituti astrofisici di chiara e riconosciuta fama internazionale (Osservatorio Astronomico di Roma, Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario, Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica) nei quali da anni vengono realizzati strumenti impiegati per misure astronomiche ottenute da terra e nelle missioni spaziali grazie ai satelliti scientifici.
Durante la giornata il Prof. Roberto Buonanno, presidente del CVS, descriverà anche le attività svolte dal CVS dalla sua istituzione. Il Centro ha tra le proprie finalità la promozione e lo sviluppo della ricerca nel campo della variabilità delle emissioni solari e dell’ambiente fra il Sole e la Terra, la divulgazione e la formazione ad alto livello di giovani relativamente alle discipline trattate, il supporto tecnico alle pubbliche amministrazioni. Parteciperanno alla giornata di studio il Consigliere della Regione Lazio On. Angiolo Marroni, promotore della legge istitutiva del CVS, e l’Assessore allo Sviluppo economico, Ricerca e Innovazione della Regione Lazio, On. Raffaele Ranucci.
Sono invitati a partecipare alla giornata tutti coloro che sono interessati, la stampa, i ricercatori degli Enti di Ricerca e gli studenti degli Istituti di Istruzione Superiore dell’area romana.

Ufficio Stampa
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C.S. del 27 ottobre 2006


RISOLTO L'AFFASCINANTE MISTERO DELL'ORACOLO DI DELFI:L'INGV HA IDENTIFICATOLE EMISSIONI DI GAS NEL TEMPIO GRECO


Risolto dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) il mistero dell'Oracolo di Delfi, in Grecia (situato nella cornice rocciosa delle Focide) che, da sempre, affascina, oltre agli scienziati, anche storici, scrittori ed archeologigi di tutto il mondo: indagini basate su tecniche innovative e di alta precisione, come sensori laser, indicano che attualmente esiste una debole emissione di metano di origine non batterica, e che il travertino della sorgente del tempio è dovuto ad anidride carbonica prodotta da ossidazione in superficie di metano; ovvero il gas originario era sempre metano.
"Pertanto - afferma Giuseppe Etiope, il geologo dell'Ingv che ha condotto gli studi - se vi era un effetto di “intossicazione” all’interno del tempio, questo potrebbe essere spiegato semplicemente come dovuto a deficit si ossigeno prodotto dall’esalazione di metano (di per se non tossico). La presenza di un odore dolciastro nel gas, oggi assente ma riportato dalla tradizione storica, potrebbe essere spiegato dalla presenza di piccole quantità di idrocarburi aromatici, come il benzene, che possono formarsi facilmente nelle rocce bituminose di Delfi, in quantità tali da apprezzare il suo odore".
Nel 2001 alcuni geologi americani affermarono di aver svelato il mistero del famoso Oracolo di Delfi, nell’antica Grecia: vapori fuoriuscenti dal terreno inebriavano le sacerdotesse del tempio e ispiravano le loro profezie. Fu suggerito che il gas in questione fosse etilene, un potente anestetico e neuro-tossico che può indurre trance e delirio.
L’ipotesi dell’etilene, sebbene pubblicata sulla prestigiosa rivista Geology e riportata diffusamente dai mass media di tutto il mondo, risultò subito quantomeno strana agli occhi dei geologi esperti in gas naturale.
Tra questi, Giuseppe Etiope, dell’Ingv, inizia nel 2003 un nuovo studio particolareggiato sul tempio di Delfi, con la collaborazione dell’Università di Patrasso e la supervisione dei maggiori esperti mondiali di gas.
I risultati di questo studio sono stati adesso pubblicati nuovamente sulla rivista Geology, scoprendo che esiste ancora oggi una esalazione gassosa, sebbene molto debole e invisibile, ma il gas non poteva essere etilene.
"L’etilene - spiega Etipe - non può prodursi in natura in quantità tali da poter percepire il suo odore, ne tanto meno da indurre effetti neuro-tossici alle persone. L’etilene si forma principalmente per attività batterica a bassa temperatura, e può prodursi nel sottosuolo in piccolissime quantità e solo in certe condizioni. Queste condizioni non esistono a Delfi, dove invece le rocce sono tipiche di una produzione di idrocarburi dovuti ad una elevata temperatura.
Gianfranco Criscenti
Ufficio Stampa INGV
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C.S. del 11 ottobre 2006


South Korea Joins Integrated Ocean Drilling Program

korea 270606
27/06/06


 Presentazione risultati XXI Spedizione italiana in Antartide


Vulcani di fango sottomarini e ghiaccio di 850.000 anni fa.
La Spedizione italiana in Antartide ha da poco concluso la XXI Campagna antartica, organizzata dal Consorzio per l’attuazione del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide, riuscendo a conseguire i risultati scientifici prefissati e ad attuare i progetti tecnologici e logistici in programma.


Vulcani di fango nel Mare di Ross.
In prossimità della costa occidentale del Mare di Ross, sono stati scoperti per la prima volta dei rilievi sottomarini, alcuni dei quali sono dei vulcani di fango. In una zona di circa 20 x 30 km, posta tra i 500 e i 700 metri di profondità, sono stati individuati una quindicina di rilievi con diametro fino a 3 km e un’altezza di circa 100 metri, di cui numerosi sono vulcani. La scoperta è stata ottenuta durante la campagna geofisica effettuata per lo studio dei legami tra la cinematica e la successione temporale della tettonica cenozoica della Terra Vittoria/Mare di Ross con le zone di frattura dell'Oceano Meridionale. La nave da ricerca Explora dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste ha effettuato l’acquisizione di dati di morfobatimetria con un ecoscandaglio multifascio montato a chiglia della nave. L’ecoscandaglio, che ha ben 240 raggi per sondare la profondità del mare, permette di ricavare una immagine tridimensionale estremamente accurata del fondo marino.

I vulcani di fango si formano per la presenza nel sottosuolo di gas e fluidi (in cui sono disciolti i gas) in sovrappressione che si mescolano a sedimenti e risalendo lungo sistemi di fratture e faglie fuoriescono sul fondo del mare. Mentre i gas e i fluidi si disperdono nell’acqua, i sedimenti eruttati, costituiti principalmente da fango, si depositano in prossimità del punto di fuoriuscita e producono edifici conici tipici dei vulcani.

I vulcani trovati sono legati ad un particolare tipo di gas, i gas idrati, che sono composti solidi (perché ghiacciati) di gas, principalmente metano, e acqua, che si formano a bassa temperatura e alta pressione. Al di sotto dei gas idrati, per l’aumento della temperatura a causa del gradiente geotermico, i gas non sono più idrati, bensì sono “liberi”, e possono risalire verso la superficie del fondo marino lungo fratture.

I gas idrati costituiscono una riserva di carbonio organico enorme, più grande di quella degli altri idrocarburi, e sono importantissimi a livello climatico, perché constribuiscono al bilancio globale del carbonio. Inoltre il gas metano ha un potenziale di effetto serra, almeno dieci volte superiore all’anidride carbonica. Se la temperatura si alza, allora cambiano le condizioni di stabilità dei gas idrati che possono dissociarsi e quindi fuoriuscire dai sedimenti ed entrare nell’oceano e poi nell’atmosfera. Per avere una stima del bilancio globale del carbonio è necessario conoscere anche le sorgenti, e i vulcani di fango sono una di queste, in quanto rappresentano uno dei punti di scambio del gas dalla geosfera, cioè dal sottosuolo all’oceano e da qui all’atmosfera. Anche per i gas idrati si tratta della prima evidenza nel Mare di Ross.

I vulcani di fango sono importanti anche dal punto di vista ambientale in quanto l’emissione di gas e fluidi può creare le condizioni per lo sviluppo di ecosistemi in ambienti estremi, in particolari di organismi che si nutrono di gas, aprendo nuove prospettive anche per ricerche biologiche in Antartide.


Attività di perforazione profonda nel ghiaccio
I glaciologi presenti in Antartide, provenienti da diverse nazioni, sono riusciti ad eseguire tre importanti perforazioni sul plateau antartico, finalizzate al recupero di campioni di ghiaccio per lo studio dei cambiamenti climatici nel passato.

Il ghiaccio più antico finora estratto rimane quello della perforazione EPICA DC (Dome C), a una profondità di 3270m, che ha un’età di circa 850 mila anni.

A Dronning Maud Land (DML), in prossimità della stazione tedesca Heinz Khonen, è stata completata la seconda perforazione del Programma EPICA (European Program for Ice Coring in Antartica), raggiungendo la profondità di 2774 m. Anche questa perforazione dovrebbe avere superato l’età di mezzo milione di anni.

I dati della perforazione EPICA DC, finora analizzati, mostrano gli ultimi 8 cicli climatici, durante i quali i gas serra CO2 e metano sono sempre rimasti su valori nettamente inferiori a quelli attualmente raggiunti, a seguito delle alterazioni prodotto dall’uomo nell’atmosfera negli ultimi due secoli. E’ stato inoltre mostrato il ruolo importante dell’estensione dei ghiacci marini nelle variazioni climatiche, per l’effetto che questi hanno sulla percentuale di radiazione solare che viene riflessa.

La perforazione EPICA DML ha invece mostrato che sui cicli climatici maggiori sono sovrapposte oscillazioni climatiche di più breve durata (circa un millennio), che risultano, però, non in fase con le analoghe oscillazioni osservate in Groenlandia, nell’emisfero settentrionale, a supporto della teoria dell’ ”altalena bipolare”, secondo la quale le correnti termoaline nell’Atlantico trasferiscono calore alternatamente nei due emisferi. 

A Talos Dome, circa a 200 km dalla Stazione italiana Mario Zucchelli, la nuova perforazione del progetto TALDICE (Talos Dome Ice Project), a leadership italiana, è arrivata a 608 m di profondità, ove l’età stimata della carota è di 7500 anni dal presente, nel pieno del cosiddetto “optimum climatico olocenico”, quando la temperatura media sulla Terra era di circa 2°C più calda dell’attuale. 

Roma, 14 giugno 2006



figurAntartide


Parte del rilievo morfobatimetrico eseguito nell’OGS Explora Mound Field, in cui sono evidenti alcuni vulcani di fango.



PNRA S.C.r.l.
tel. 06/30483912 - fax 06/30484893
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Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 14 giugno 2006


 Conferenza conclusiva del progetto DIAS: un server digitale europeo per l’alta atmosfera

Il 19 maggio 2006 alle ore 9,30 si terrà a Roma, presso l’Hotel Forum, in via Tor de' Conti, 25-30 la conferenza conclusiva del progetto finalizzata alla presentazione dei prodotti e dei servizi offerti dal Server DIAS.
Il “DIAS” (European Digital upper Atmosphere Server) è stato varato nel 2004 nell’ambito eContent della comunità europea. Il progetto, di durata biennale, ha permesso la creazione di un server che, raccogliendo i dati digitali europei dell’alta atmosfera, offre servizi di particolare utilità nel caso di tempeste magnetiche o altri disturbi di origine solare che possono rendere scarsamente affidabili dispositivi quali radio HF o ricevitori GPS
’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), partner italiano nel DIAS, contribuisce al progetto tramite la consulenza tecnico-scientifica del personale dell’unità funzionale “Fisica dell’Alta Atmosfera” e con i dati della stazione ionosferica di Roma. Quest’ultima, fondata da Guglielmo Marconi, vanta una lunga serie storica di dati che la colloca fra i più antichi osservatori ionosferici d’Europa.
Il progetto prevede il mantenimento e la commercializzazione del Server DIAS permettendo di migliorare l’accesso alle informazioni digitali sullo stato dell’alta atmosfera della regione europea e, al tempo stesso, fornendo servizi all’utente quali avvisi di disturbo comunicati mediante sms, internet, palmare, ecc..
Il prototipo del Server DIAS, ispirato a quello già operativo negli Stati Uniti e in Australia, è consultabile on line, visitando il sito web del DIAS: www.iono.noa.gr/dias/.
La giornata di venerdì 19 maggio, vedrà l’incontro tra gli enti di ricerca europei coinvolti nel progetto ( INGV, NOA, IAP, UOA, CCRLC, IRF, SRC, BLS)1 e i potenziali utenti per verificare le molteplici applicazioni del DIAS, valutandone necessità e opzioni in base alle richieste degli utenti stessi. La tipologia degli utenti a cui il progetto si rivolge appartiene alle comunità che utilizzano comunicazioni in HF e sistemi di navigazione e posizionamento.




Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 16 maggio 2006


 TECNOLOGIE INGV PER CHERNOBYL

Il Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), professor Enzo Boschi, ha dato la sua disponibilità a impiegare competenze e strumenti dell’Ingv per il monitoraggio della radioattività ambientale nei territori ancora fortemente inquinati della regione di Chernobyl, dove venti anni fa si verificò l’esplosione di un reattore della centrale nucleare. L’iniziativa è stata resa nota a conclusione di un sopralluogo alla centrale promosso da Legambiente e alla quale l’INGV ha partecipato con suoi addetti e strumenti. Proprio nel corso del sopralluogo, sono state raccolte drammatiche testimonianze di abitanti, tecnici e scienziati della Repubblica Ucraina, i quali hanno denunciato i persistenti pericoli delle conseguenze dell’incidente di venti anni fa. I radionuclidi presenti nel terreno hanno ancora elevati tassi di radioattività e il cosiddetto sarcofago (la struttura in cemento armato in cui è stato ingabbiato il reattore esploso) mostra preoccupanti segni di instabilità e vistose crepe, da cui fuoriescono polveri e particelle. Il rischio di crolli parziali e di inquinamento delle falde idriche sotterranee è incombente.
Per tutti questi motivi è necessario rafforzare il monitoraggio ambientale. L’INGV è da anni impegnato nel territorio italiano in attività di monitoraggio della radioattività naturale e di quella artificiale provocata da rifiuti di varia provenienza. In particolare dal 1998 il Laboratorio di geochimica dei fluidi dell’Ingv effettua campagne di misura del radon nei Colli Albani.Sono stati sviluppati strumenti per il monitoraggio in continuo delle concentrazioni di questo gas radioattivo nelle falde acquifere. Altri “radonometri” sono dislocati pure in Sicilia (Etna), Piemonte e Umbria. Queste metodologie di analisi potrebbero essere in tutto o in parte applicate ai terreni della regione di Chernobyl.
Inoltre, da circa dieci anni, l’INGV è impegnato nella ricerca di rifiuti tossici interrati nel sottosuolo, con tecniche geofisiche in particolare con la magnetometria. Queste ricerche vengono svolte su richiesta dei Carabinieri e dal corpo forestale dello stato. Nel 2005 l’Ingv, su richiesta della direzione distrettuale antimafia di Potenza ha partecipato alla ricerca dei fusti radioattivi nascosti dalle cosiddette ecomafie. Anche questa tecnica potrebbe essere applicata per la ricerca di rifiuti radioattivi impropriamente sepolti nei terreni dell’Ucraina durante le prime e convulse fasi che hanno contraddistinto l’emergenza di Chernobyl.


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. Chernobyl, 26 aprile 2006


 Terremoto di S. Francisco del 18 aprile 1906 : CENTO anni di studi
Il meccanismo di frattura provocò un movimento della placca pacifica di sette metri verso nord nord ovest rispetto alla placca nord americana; ma l’importanza di questo terremoto, dice Enzo Boschi presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) è enorme.
E’ sulle osservazioni di campagna di questo evento che nel 1910 lo studioso Rield della John Hopkins University sviluppò la teoria dell’ elastic rebound, cioè la teoria del rimbalzo elastico, che è alla base della sismologia moderna.
Questo terremoto, continua Boschi, è probabilmente il terremoto più studiato in assoluto per quanto concerne il campo macrosismico, cioè la distribuzione degli effetti del terremoto sulle strutture, sulle persone, sul paesaggio.
Nonostante questo evento sia stato considerato un fenomeno abbastanza frequente per la regione, in realtà studi successivi hanno assegnato un tempo di ricorrenza di circa 400 anni.
Sulla base delle osservazioni sperimentali, conclude il Professor Enzo Boschi, utilizzando teorie sviluppate dal grande matematico Vito Volterra e da altri matematici italiani, fu costruito un modello fisico del meccanismo focale che ha consentito lo sviluppo della moderna sismologia.

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 15 aprile 2006


 Earth-Prints


Un archivio di tutti gli articoli scientifici relativi alle scienze della Terra, disponibile per la consultazione on line all’indirizzo www.earth-prints.org . E’ una nuova iniziativa dell’INGV e del PRNA che permetterà agli studiosi e a tutti i cultori della materia di accedere gratuitamente alla vasta produzione scientifica nelle varie branche delle geoscienze, per tenersi informati e per confrontare le proprie idee.
Suddiviso in quattro sezioni, atmosfera, criosfera, idrosfera, terra solida e generale, l’archivio accetta diversi tipi di documenti: oltre agli articoli stampati sulle riviste internazionali, anche pre- prints, manoscritti, presentazioni per conferenze, libri interi o singoli capitoli, posters, tesi e prodotti web e data base. Il linguaggio di base dei documenti è l’inglese, ma possono essere archiviati materiali in altre lingue purchè accompagnati da un abstrat in inglese.
L’iniziativa nata con il proposito di favorire l’aggiornamento e il dibattito nell’ambito delle geoscienze è stata presentata al convegno internazionale dell’European Geophisical Union il 4 aprile 2006 da Anna Grazia Chiodetti, responsabile della Biblioteca dell’INGV e fra i principali ideatori del nuovo archivio on line.


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 5 aprile 2006


 Accordo firmato tra INGV e Indonesia


Siglato un accordo fra l’Agenzia Geologica del ministero dell’Energia e delle Risorse minerarie della Repubblica dell’Indonesia e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) concernente la ricerca in Vulcanologia.
La collaborazione tra i due Enti (che durerà tre anni) nasce dalla considerazione che Italia ed Indonesia condividono sul loro territorio la presenza di vulcani - che in passato hanno provocato catastrofi, come dimostrato dalle famose eruzioni di Pompei (79 AD) e Krakatau (1883) - e si inserisce nel quadro dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica stipulata negli anni Settanta fra il Governo Indonesiano e quello Italiano.
L’accordo - che consentirà all’Ingv di esportare il proprio bagaglio di esperienza scientifica e tecnologica (apprezzato su scala internazionale) si propone i seguenti obiettivi:
- Accrescere la conoscenza dei processi pre-eruttivi che consentirebbe una corretta interpretazione dei segnali precursori, prevedendo gli scenari vulcanici e aumentando la capacità di gestire la crisi vulcanica.
- Creare collaborazioni internazionali tra Paesi che ospitano nel loro territorio sistemi vulcanici simili, mirando allo scambio di dati e competenze scientifiche.
- Migliorare la conoscenza scientifica del sistema vulcanico e la capacità di gestire la crisi vulcanica.
- Creare un Consorzio per la Ricerca Vulcanica (COVIN) con il proposito di lavorare assieme, condividendo conoscenze tecniche e scientifiche, e cooperando allo sviluppo di un comune database vulcanologico.
L’Agenzia geologica e l’Ingv collaboreranno, inoltre, nello sviluppo di un database comune, con l’obiettivo di promuovere monitoraggi congiunti di uno o più vulcani nel territorio dell’Indonesia

Gianfranco Criscenti
Ufficio Stampa INGV

C.S. del 30 marzo 2006


Una ricerca condotta dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr di Roma, in collaborazione con l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) e con l’Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente (ARPA) di Reggio Emilia, ha dimostrato che CO e CO2 si possono generare anche dall’attrito, dovuto a sismi, tra rocce sedimentarie

I gas serra possono essere prodotti anche dall’attrito tra rocce sedimentarie che si verifica durante gli eventi sismici. Lo hanno rilevato alcuni ricercatori dell’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr di Roma, in collaborazione con l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) e con l’Agenzia regionale prevenzione e ambiente (ARPA) di Reggio Emilia. La ricerca, pubblicata su riviste internazionali di geofisica, ha infatti dimostrato che le rocce carbonatiche e argillose messe in condizioni di attrito, come nel caso di forti stress sismici, possono generare una notevole quantità di gas serra, quali anidride carbonica (CO2), ossido di carbonio (CO) e metano (CH4), oltre che idrogeno (H2) e tracce di idrocarburi più complessi che vengono dispersi in atmosfera o intrappolati nel sottosuolo.
La scoperta ribalta la tesi secondo la quale l’attività antropica è l’unica responsabile delle variazioni climatiche recenti. Il dato è emerso durante uno studio del Ismn–Cnr per la messa a punto di nuovi processi per la produzione di materiali leganti innovativi, rispetto a quelli tradizionali, partendo da argille e calcari. In questa ricerca sono stati utilizzati particolari mulini ad alta energia di attrito, capaci di produrre un’azione ‘meccanochimica’, a velocità di scorrimento e con pressioni analoghe a quelle che si riscontrano durante un fenomeno sismico.
“Le rocce sedimentarie, in seguito all’attrito” spiega Paolo Plescia dell’Ismn-Cnr “tendono a frantumarsi fino a raggiungere dimensioni nanometriche per poi dissociarsi (calcinazione) producendo CO e CO2, ossia gas serra, e idrogeno, a temperature di appena un centinaio di gradi centigradi. A temperatura bassa, insomma,, se si considera che normalmente il carbonato di calcio perde anidride carbonica per calcinazione a circa 800°C”.
Nel mulino, durante la ‘macinazione’ per attrito, parte dei gas prodotti tendono a ricombinarsi formando metano e altri idrocarburi. Tale processo si verifica perché i materiali vengono portati ad uno stato pressoché vetroso e diventano estremamente reattivi, in grado di catalizzare reazioni chimiche, quali la combinazione tra CO2 e idrogeno per formare metano.
“Più in generale” continua Plescia “i gas sprigionati dalle ‘particelle’ di roccia non derivano dalla liberazione di fluidi in esse intrappolati, ma da vere reazioni di dissociazione e ricombinazione, come nel caso di reazioni di metanazione che si realizzano industrialmente in reattori chiusi in presenza di catalizzatori e a pressioni e temperature elevate. Questa ricerca, rivolta finora verso le applicazioni industriali ha un’importante ritorno nelle complesse valutazioni delle emissioni di gas serra in atmosfera e nella comprensione della ‘chimica’ della generazione degli idrocarburi gassosi di origine non biologica. In particolare, si stanno verificando le analogie tra gli effetti riscontrati in laboratorio e gli ambienti di faglia naturali, analogie che potrebbero determinare una rivalutazione del ruolo delle sorgenti naturali nelle emissioni di gas serra, quest'ultime attribuite finora sopratutto a vulcani, fonti termali e biologiche”.


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
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C.S. del 29 marzo 2006